Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…
Ma secco è il pruno e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
Silenzio, intorno; solo, alle ventate
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cadere fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.
Giovanni Pascoli
La poesia di Giovanni Pascoli (elaborata nel
1890) riflette bene il tempo che stiamo vivendo:
serene e terse giornate di novembre che
possono per un attimo suggerire un’illusione
di primavera. Ma si tratta di un’illusione che
presto scompare, e alle iniziali impressioni
subentra la constatazione di un inverno che
non è solo indicazione stagionale ma metafora
dell’esistenza: il fascino della vita e il mistero
della morte.
In questa poesia, che abbiamo studiato da
ragazzini, l’autore ci trasmette anche particolari
stati dell’animo, una sua tensione interiore
per cui, poi, ognuno di quegli elementi
particolari acquista significazioni simboliche.
Il Male è un tema ulteriore. Esso è dovuto alla
malvagità degli uomini stessi. Sono essi che
procurano i più grandi dolori a se stessi, con
la loro violenza animalesca, con la perfidia,
con l’ingiustizia sociale.
La natura è concepita da Pascoli come una
presenza misteriosa e complessa che il poeta
deve interpretare attivando l’immaginazione.
Inoltre, Pascoli crede che la società industriale
soffochi l’uomo condizionandolo pesantemente.
Per questo contrappone la società alla
Natura, alla campagna.
A novembre inoltre abbiamo celebrato la giornata dedicata all’unità nazionale e alle Forze armate. Quest’anno, in particolare, nel
150° dell’unità d’Italia, il ricordo ha assunto
un particolare significato simbolico. È probabile
che molti giovani si chiedano il senso
di questi gesti, che conoscono (nella migliore
delle ipotesi) solo dai libri.
Viviamo ore, giorni, settimane decisamente
difficili per il nostro Paese. Non solo la crisi
economica e finanziaria internazionale e l’affanno
della diplomazia e dei governi per farvi
fronte; non solo, appena al di là del Mediterraneo,
il travaglio di popoli che tentano di
uscire, non si sa ancora con quali esiti, da decenni
di regimi autoritari; ma anche, in casa
nostra, segnali sempre più evidenti e acuti di
una difficoltà del vivere che tocca tutti.
Certamente di fronte a quello che sta accadendo,
sia in Italia che in Europa, tutti noi siamo
preoccupati sia di farcene una ragione sia
di capire che cosa fare.
Allora a quale simbolo dobbiamo rifarci per
capire il senso della patria, il bene comune?
Mi viene in mente che il 12 novembre 2003
nell’attentato alla caserma dei Carabinieri di
Nassiriya, in Iraq, trovarono la morte, pochi
giorni prima di rientrare in Italia, diciannove
soldati dei Carabinieri. L’emozione che scosse
il nostro Paese fu allora grandissima. Ma
ancora più grande fu la sorpresa quando la
moglie di uno dei militari uccisi, la sera di
quello stesso giorno, manifestò il suo perdono
cristiano a coloro che avevano ucciso suo
marito.
Il simbolo è qualcosa che significa più della
sua immediata apparenza o consistenza
materiale. La memoria di chi non c’è più, la
coscienza di un compito di pacificazione e di
bene svolti fino al sacrifico estremo, è questa
l’immagine viva che dovremmo tutti aver presente,
come aiuto ad alzare lo sguardo nella
direzione in cui la parola “patria” può tornare,
soprattutto, attraverso l’educazione, a essere
significativa per ogni generazione.
E pensando al presidente del Consiglio che
è stato dipinto come la panacea della risoluzione
dei mali dell’Italia, penso che potrà fare
ben poco all’interesse comune se non ripartirà
dalla speranza che Giovanni Paolo II ha scritto nella esortazione Apostolica Ecclesia
in Europa.
“Riprendendo questo invito alla speranza, ancora
oggi ripeto a te, Europa che sei all’inizio
del terzo millennio: «Ritorna te stessa. Sii te
stessa. Riscopri le tue origini. Ravviva le tue
radici».
Nel corso dei secoli, hai ricevuto il tesoro
della fede cristiana. Esso fonda la tua vita
sociale sui principi tratti dal Vangelo e se ne
scorgono le tracce dentro le arti, la letteratura,
il pensiero e la cultura delle tue nazioni.
Ma questa eredità non appartiene soltanto al
passato; essa è un progetto per l’avvenire da
trasmettere alle generazioni future, poiché è
la matrice della vita delle persone e dei popoli
che hanno forgiato insieme il Continente
europeo.
Non temere! Il Vangelo non è contro di te, ma
è a tuo favore. Lo conferma la constatazione
che l’ispirazione cristiana può trasformare
l’aggregazione politica, culturale ed economica
in una convivenza nella quale tutti gli
europei si sentano a casa propria e formino
una famiglia di Nazioni, cui altre regioni del
mondo possono fruttuosamente ispirarsi.
Abbi fiducia! Nel Vangelo, che è Gesù, troverai
la speranza solida e duratura a cui aspiri.
È una speranza fondata sulla vittoria di Cristo
sul peccato e sulla morte. Questa vittoria Egli
ha voluto che sia tua per la tua salvezza e la
tua gioia.
Sii certa! Il Vangelo della speranza non delude!
Nelle vicissitudini della tua storia di ieri
e di oggi, è luce che illumina e orienta il tuo
cammino; è forza che ti sostiene nelle prove;
è profezia di un mondo nuovo; è indicazione
di un nuovo inizio; è invito a tutti, credenti e
non, a tracciare vie sempre nuove che sboccano
nell’«Europa dello spirito», per farne
una vera «casa comune» dove c’è gioia di vivere.”
Graziano Busatto





















